Natura e luoghi da scoprire

Piacevoli escursioni a piedi, a cavallo o in bicicletta si possono fare sui monti che circondano il paese,  seguendo la strada pubblica che conduce al santuario della Vergine del Carmelo, sul Monte Rascini.

Una natura incontaminata, caratterizzata dal paesaggio carsico dei Monti Alburni (che ha generato la grotta del Secchio a confine con il paese di San Pietro al Tanagro e l'inghiottitoio della Foce a nord), permette di fare piacevoli scoperte, come le orchidee selvatiche oppure i reperti fossili di ammoniti, che raccontano del tempo in cui le acque dei mari arrivavano sino a queste quote. Il sottobosco offre una notevole varietà di frutti, come le fragoline, le more, i mirtilli, etc. In tempo d'autunno la fascia pedemontana consente la raccolta di castagne e noci.

Anche la campagna offre piacevoli scorci, soprattutto d'estate, quando consente lunghe passeggiate fino al fiume Tanagro.

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Di particolare interesse il Borgo Serrone continua tenacemente a mantenere le tipiche caratteristiche architettoniche, se pur minate da una discutibile riqualificazione atta alla creazione di un borgo albergo avente l'obiettivo di creare una serie di interventi necessari a determinare le condizioni per lo sviluppo di un sistema integrato turistico-produttivo, progetto finanziato con fondi CIPE. Notevolmente interessanti le modalità edilizie qui adottate dai primi abitatori del sito. I pastori ed i montanari, adottando il principio di necessità virtù, hanno messo a punto tecniche, sistemi e materiali che se pur non rispondenti alle condizioni generali dell’ingegneria e della matematica risultano, dati i risultati, di fondamentale unicità ed importanza. Manufatti edilizi interessanti sia da un punto di vista urbanistico sia stilistico-architettonico.   

Lasciatosi alle spalle il Serrone, percorrendo via Monti, ci si ritrova in piazzetta San Tommaso, denominazione dovuta all’eponima chiesa (1600, già S. Maria del Soccorso 1586). Il prospetto facciale odierno, rimontante al 1938, ne determina discutibilmente la rilevante considerazione artistico-archiettonica, al punto da comprometterne il naturale sviluppo. Varcata la soglia si resta estasiati dalla pala d’altare (olio su tela), di cultura tardomanierista collocata sull’altare maggiore e raffigurante l’apparizione di Gesù all’incredulo Tommaso. Per impostazione e tecnica la pellicola pittorica si rivela simile ad una eponima napoletana dipinta dal senese Marco Pino (Costalpino 1525 Napoli 1587). Quella santarsenese, invece, per stesura colorativa più secca fa propendere per una collocazione databile intorno ai primi decenni del XVII secolo. Probabilmente la tela è stata acquistata sul mercato napoletano e solo in seguito qui collocata. Meritevole di considerazione anche il soffitto a cassettoni (assi lineari in essenza di castagno), arricchito centralmente da una tavola ad olio (50x70) raffigurante l’Ecce Homo, di ambito o bottega napoletana del XVII secolo (primi). Il dipinto è collocabile nell’ambito della pittura pietistica tardomanierista ampiamente diffusa dai modelli di Giovan Bernardo Lama e Silvestro Buono. La chiesa parrocchiale dedicata alla Vergine Assunta, già menzionata nella donazione del 1136, al suo interno custodisce una molteplicità di espressioni artistiche. Sin dal 1600 la sua storia ha conosciuto una fervente attività edilizia, artistica e cultuale che si è protratta fino ai primi del ‘900, mentre decisioni più drastiche condussero nel 1966 alla demolizione dell’edificio cultuale che venne  riaperto al culto nel 1971. Di stile ed impostazione moderna al suo interno non mancano tutte quelle pregevoli testimonianze artistiche, qui sedimentatesi nel tempo. Dell’altare del Rosario (già confraternita fondata il 6 maggio 1575 con Bolla papale di Pio V, ossia dopo la vittoria a Lepanto della flotta cristiana su quella turca), vi è la pala d’altare fiamminga databile intorno al 1575 (olio su tavola), raffigurante la Vergine del Rosario e attribuita a Cornelis Smet o al suo atelier napoletano (1574-1592). La tavola è accompagnata da 15 formelle, rimando ai Misteri della corona del santo rosario, che posti tutt’intorno, fanno da coronamento alla scena centrale. Sono firmati e datati  Nicola Peccheneda 1791, i tre teloni decorativi dell’antico soffitto parrocchiale e raffiguranti i due laterali la Natività e la Purificazione di Maria (3,00x2,50), mentre l’Assunzione della Vergine assorbe l’intero telone centrale bislungo centinato (6,30x3,00). Per la loro collocazione originaria l’autore, conscio della visione dal basso verso l’alto, non lesina l’utilizzo delle sue conoscenze sia dei soffitti napoletani sia delle audaci inquadrature prospettiche. Sempre del Peccheneda è il dipinto raffigurante l’Angelo custode, rimontante al 1770. Notevole all’interno della parrocchiale è la qualità delle sculture lignee policrome, realizzate in buona parte da  Giacomo Colombo (Este 1662-‘663 Napoli 1731), e da altri scultori napoletani. Ma l’intensa opera del patavino colpisce per la sua mole, qui documentata da ben 4 sculture: il San Vito martire (1706), il Crocifisso (1712), il mezzobusto raffigurante il Sant’Arsenio abate (primo quindicennio del ‘700), il mezzobusto raffigurante Sant’Anna (restituita allo scultore ed appartenente alla seconda metà del ‘700), ed il gruppo tridimensionale dell’Annunciazione (1709), collocato nell’eponima chiesa. Imboccata via Roma, a pochi metri dalla parrocchiale, ci si ritrova dinanzi alla facciata curvilinea della chiesa della SS. Annunziata fondazione monastica Benedettina cavense (XIII-XIV secolo). L’originario  priorato ecclesiastico di santa Maria si tramutò in ospitale, aggiungendovi il titolo dell’Annunziata. Dell’originario ospitale restano pochi ruderi tra cui il frantoio litico ‘500sco, ubicato nei pressi della chiesa. Rimaneggiata secondo le direttive barocche (XVIII secolo) mantiene inalterato il suo fascino che si apre con il bel portale litico (1770), e la torre campanaria a tre ordini con cuspide a cipolla (1770). Oltrepassato il portale, l’'interno, a navata unica ampia e luminosa ben si presta alla predicazione nel mentre il presbiterio è diviso dall’abside, grazie all’altare a commesso marmoreo-policromo. Immediatamente dietro l’altare ed in posizione a pelo sul coro ligneo in essenza di noce, rovere e castagno in stile classico, troneggia la cona indorata e riccamente decorata a motivi floreali e vegetali al cui interno vi è allocato il gruppo scultoreo e pittorico, pregevole pezzo di straordinaria raffinatezza, raffigurante l’annuncio dell’angelo alla Vergine. L’intero gruppo, composto da fondale dipinto (olio su tela), è attribuito alla mano di Francesco Solimena o allo stesso Giacomo Colombo (unico esempio di pittura dell’artista patavino). Le due statue a tuttotondo intagliate e policrome sono datate da Giacomo Colombo 1709. Meritevole è anche la cona lignea meccata a foglia oro e argento, probabilmente progettata dalla stesso artista. L’intero gruppo, lievemente elevato rispetto all’aula sacra, crea una rappresentazione teatrale del tutto unica, fino a fare della stessa una opera non solo scultorea ne solo pittorica, infatti, grazie alla cona si recupera lo sviluppo spaziale fino a dare espressività maggiore alla rappresentazione, di cui il dipinto fondale ne è una naturale quinta scenica, dove l’evento non si presenta ma si rappresenta. Successivi al 1770 sono le tele raffiguranti il Transito di San Giuseppe, la Madonna con S. Ignazio di Lodola (qui detta degli Angeli), e la Madonna delle Grazie, che per le evidenti impronte demuriane, sono attribuiti al pollese Nicola Peccheneda. Sempre della cerchia solimenesca sono i due pendant raffiguranti l’adorazione dei pastori e quella dei magi (XVIII secolo). Elevando lo sguardo verso l’alto si nota un bel soffitto a guazzo (tempera su tavola), a motivi floreali, vegetali ed architettonici al cui cento vi è un telone bislungo centinato raffigurante l’Annunciazione, opera di modesto pittore (XVIII secolo seconda metà). Altro ancora può essere ammirato dal visitatore che si addentra lungo le vie ed i vicoli del centro urbano, mentre il sito naturale del Monte Carmelo, facilmente accessibile mediante strada asfaltata che conduce fino alla vetta della montagna ove è situato l'omonimo santuario, consente di godere del panorama, particolarmente suggestivo, del Vallo di Diano e di trascorrere momenti di tranquillità a contatto con la natura sia con i percorsi naturalistici sia per le aree attrezzate per la sosta con tavoli, panche e grill.



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